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LEGGENDE METROPOLITANE E STORIA

Il fallito colpo al Vaglio e la maledizione proletaria


Il fatto di cronaca che storpiò un cognome

Indagare la genesi di una leggenda è operazione quanto mai avvincente.
La ricerca storica si avvolge a quella sociologica e psicologica, e solo l'intuizione dello studioso può fungere da collante alle sue diverse componenti, e alla fine tirar fuori il bandolo della matassa.
Così può accadere di mettere in relazione la storia buffa del vecchio cognome degli Spagnoletti a un fatto di cronaca accaduto più di cent’anni fa, e individuare nel loro elemento comune la presumibile fonte della fantasia popolare.
Molti anziani sono ancora convinti che il vecchio cognome della famiglia che imperò su Andria nell'ultimo secolò dell’età pre-liberale suonasse una volta allo stesso modo della famosa imprecazione che il generale C., capo della Vecchia Guardia nella Grande Armée di Napoleone a Waterloo, rivolse agli inglesi accerchianti prima di venire ammazzato insieme all’intera sua divisione.
Di cognomi buffi, si sa, l’Italia ne è piena, tanto da costituire serbatoio perpetuo per gli stupidari di turno che fanno cassetta nelle librerie; ma che i conti Spagnoletti si chiamassero in realtà M. è in effetti assai poco credibile.
E la storia parrebbe anche abbastanza incomprensibile, pure nel quadro storico di una realtà fortemente segnata dallo scontro sociale, se l’episodio del tentato furto avvenuto a fine Ottocento all’interno di Palazzo Ducale, vecchia residenza dei Conti, non giungesse in soccorso a illuminarla.
Le cronache cittadine riportano la clamorosa cattura di un certo signor Galentino, celebre bandito locale, il quale si era intrufolato nella residenza degli Spagnoletti arrampicandosi dal lato del Vaglio con l’intento di derubarli delle enormi ricchezze custodite dentro una delle stanze.
Erano tempi nei quali le banche cominciavano a porre le prime basi della futura egemonia, sicché appariva normale che perfino le più ricche famiglie dell’epoca non trovassero miglior nascondiglio per le proprie fortune che il materasso della camera da letto.
Soprattutto, l’esproprio forzato per pubblica utilità era un concetto ancora molto di là da venire, per cui non era impensabile che la gestione della proprietà privata si manifestasse in forme talmente disinvolte da permettere che i padroni di (certe) case si dimenticassero dell’esistenza di alcune delle numerose stanze a disposizione, quando non di intere ali del palazzo.
Così accadde che il Galentino, spinto dal sogno di appropriarsi in un colpo solo di ricchezze costruite nel corso di interi secoli, ricchezze delle quali conosceva l’esistenza ma non l’esatta collocazione, restò per giorni nascosto nella residenza, sgattaiolando di volta in volta da una camera all’altra all’insaputa dei distratti padroni di casa.
Il ladro sopravvisse da corpo estraneo nell’oscurità dei più remoti vani, nutrendosi degli avanzi di cibo che riusciva occasionalmente a recuperare qua e là, e non esitando ad adempiere regolarmente ai propri bisogni fisiologici sopra il raffinato pavimento di marmo bianco, come si fosse trovato sotto il solito albero fuori porta deputato normalmente alla deiezione dei contadini.
Ma l’ingenuità di lasciare tracce così visibili e per niente affatto inodori del proprio passaggio - sprezzante sfregio classista e al contempo pura necessità vitale - finì per segnare la condanna dell’eroe proletario.
Una delle domestiche di palazzo, dopo alcuni giorni, scoprì con terrore un corposo ciambellone nascosto sotto un tappeto, e non passò molto che l’intruso si trovò immobilizzato dai Carabinieri, mentre era ad appena pochi passi dall’agognata cassaforte.
Tradito dalla propria stessa cacca, dunque. Ecco la fine dell’epica avventura.
Anzi, proprio fine no. Un’appendice c’è, ed è incarnata da una frase lapidaria da tramandare ai posteri.
Tutte le storie di eroi si concludono con una frase lapidaria. E’ un elemento essenziale perché ci si ricordi di certi avvenimenti.
Infatti era per questo che i tutori dell’ordine in genere traducevano i prigionieri in carcere passando prima in mezzo alla folla: non tanto perché l’impronta aristocratica degli Stati non consentisse di investire fondi per destinare pietose carrozze ai poveri banditi, quanto piuttosto perché l’esposizione al pubblico ludibrio doveva ispirare aforismi e sentenze di profonda e disillusa lucidità, da consegnare poi alla Storia a imperituro lustro patrio.
Pare infatti che i “dead men walking” siano dotati di una saggezza e elevatezza di spirito assai superiori alla media.
Ebbene, grazie a quell’infausto episodio, Andria poté vantare di fronte al mondo il suo Amatore Sciesa, dappoiché, preso a sputi e insulti dai compaesani inferociti (proletari come lui, ma evidentemente fedeli all’ordine costituito), il Nostro così rispose:
Uhè l’ fess!!! Cheng mneut, i po’ io jev Spagnlett, i Spagnlett jev io!
(trad. “Poveri stolti!!! Cinque minuti ancora, e io sarei diventato Spagnoletti e Spagnoletti il signor Galentino”).
Dalla frustrazione per il fallito tentativo dell’unico caso di rivoluzione proletaria individuale alla falsa attribuzione di un cognome infame per i nemici della rivoluzione stessa, il passo è breve.
Dissolto il mistero, tuttavia, resta il fascino di una storia che davvero sembra costruita dalla fantasia di un romanziere, tanti e tanto ben assemblati sono gl’ingredienti che la compongono: contrasto di classe, spirito d’avventura, suspance, acme buffonesco, caduta dell’eroe, rivalsa finale, maledizione-contrappasso per i cattivi.
Peccato che in pochi la ricordino, a parte la m. - E.A.