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LEGGENDE METROPOLITANE E STORIA

Andria sotterranea


Il racconto della sconcertante scoperta compiuta dal nostro direttore

E’ una giornata luminosa e feconda, che invita con grazia irresistibile al taglio di capelli. Vado dal barbiere Pinuccio (sfido chiunque a identificarlo).
Non becco l’orario giusto, ma siccome ho un matrimonio in vista (per fortuna non il mio), decido di aspettare comunque il mio turno.
Dopo essermi scolato quattro numeri di Diabolik e tre Cronache Vere, il tempo necessario perché il locale si svuotasse completamente, mi siedo finalmente sul trono, e avendo in agenda una serata mondana di una certa importanza, ordino al figaro di farmi la testa come Cesare Cadeo.
Mi risponde: “senza brobblèm”.
Pinuccio è un formidabile falsario delle forbici, un artista senza talento: basta dargli un modello, che te lo copia a dovere; ma se gli fai fare di testa sua, non avrai che da ritirarti subito in quarantena per un periodo di almeno sei mesi.
E’ per questo motivo che di solito gli fornisco modelli facilmente reperibili dai giornali.
Difatti, appena terminato il taglio, sostenuto in concomitanza a una lezione forzosa sulla prossima campagna acquisti dell’Andria Bat, mi mette accanto il faccione di Cadeo sulla copertina di oggi.
Due gocce d’acqua”, mi assicura.

Non avendo a disposizione che banconote di grosso taglio, ed essendo anch’egli a corto di spiccioli, esco dalla bottega alla ricerca di una qualche anima pia in grado di cambiarmi la Cinquanta.
Mi affretto a raggiungere l’estremità della via, dove M. il salumiere gestisce una salumeria adibita a ufficio cambi per tutto il circondario, ma appena giunto sul posto leggo con sorpresa un cartello appiccicato alla saracinesca: “chiuso per lavori di riconversione”.

Pensare che appena il giorno prima ci avevo fatto la spesa grossa!

Rimango interdetto solo qualche istante, perché il pensiero di dovere ancora dodici euro a Pinuccio m’induce subito a cercare altrove.
L’unico esercizio rimasto nella via col quale abbia rapporti frequenti è il bar di G., che si trova esattamente al capo opposto, dunque per economia di energie decido di comprare una bottiglia d’acqua minerale al supermercato che sta a metà strada, con l’idea di cambiare la mia Cinquanta alla cassa.
Gambe in spalla, arrivo sul posto, dove il supermercato… non c’è più. Di fronte a me, una pizzeria.

In un attimo ho un tuffo al cuore, e le gambe cominciano dapprima a tremare, poi a cedere.
Ho la sensazione di essere diventato il protagonista di un pessimo racconto di genere fantasy, giacché il mio cervello mi assicura che quel supermercato era al suo posto fino al giorno prima.
Non potevo sbagliarmi. Ci ero passato davanti per andare dal salumiere, e ricordavo perfettamente che stava lì, come sempre, come tutti i giorni.
Non è possibile che un esercizio commerciale cambi destinazione nel giro di ventiquattro ore, né che una squadra di arredatori, costruttori di piramidi, disegnatori di crop circles, servitori del demonio o chi per loro riesca a far cambiare faccia a un ambiente radicalmente, come dal giorno alla notte, nel medesimo arco di tempo.
Evidentemente sta accadendo qualcosa di molto strano, che esige una spiegazione razionale.

La prima azione ragionevole m’impongo di compiere consiste nel pizzicarmi il dorso della mano, dal cui dolore deduco di dover sgombrare il campo da qualunque ipotesi onirica.
La seconda è di star fermo in quel punto, lasciare che la gente mi passi davanti, e prendermi cinque minuti buoni per riflettere.

Delle due l’una: o sono vittima di una candid camera ordita da Telesveva, oppure sono caduto in una quinta dimensione, una di quelle dimensioni dentro cui si finisce passando per degli strani vortici spazio-temporali, qualcosa a metà tra Einstein e Guerre Stellari.
Di contro, per la prima ipotesi osta la considerazione che Telesveva non elargirebbe mai un così poderoso spiegamento di forze per un non-vip come me, che di mestiere non fa il politico; per la seconda vale il fatto che l’esistenza dei vortici spazio-temporali ad Andria non è mai stata supportata da valide sperimentazioni scientifiche.

Tutto questo basta a convincermi che l’unica via d’uscita è di rifugiarmi tra le braccia di mammà. Non senza prima aver assolto il debito col mio barbiere.

Pertanto mi reco all’ultima stazione della giornata: il bar di G.
Con mio grande sollievo noto che tutto è a posto: il bancone, i tavolini, le vetrine piene di liquori. Tutto a posto, se non fosse per il barman, che non ho mai visto prima, un ragazzo di appena vent’anni, forse assunto da poco.
Gli chiedo di G. .
G. chi?” fa lui.

E’ in questo preciso istante che la mia pazienza dà forfait, facendomi sbottare come una pentola a pressione:
Mi state pigliando tutti per il culo stamattina?!”, sbraito ai presenti.
Esco dal bar sbattendo la porta d’ingresso dietro di me, e torno dal barbiere con l’intenzione di regalargli tutta la Cinquanta, con tanto di mancia, purché si metta fine alla farsa, ma l’improvviso slancio di liberalità cui le circostanze m'inducono non sembra impietosire più di tanto la mia divinità funesta, evidentemente non ancora stanca di farmi scherzi.
Difatti in bottega non c’è nessuno. Pinuccio è letteralmente sparito.

Subito dopo entra un uomo, chiedendo del maestro.
Gli spiego che sto cercando la stessa persona, e che non ho idea di dove possa essere finito.
Lo chiamiamo all’unisono. Nessuna riposta.
Sarà uscito un attimo…”, mi dice quello, invitandomi con un gesto della mano a sedere accanto a lui nell'attesa del suo rientro.
Da parte mia mi mostro meno serafico, e senza pensare due volte decido di avventurarmi nel retrobottega.

Sotto lo sguardo perplesso del mio collega avventore scosto la tendina e mi affaccio nello sgabuzzino, e noto che non c’è luce. Chiamo il figaro ripetutamente a voce alta, ma non ottengo risposta, così mi sento legittimato a entrare prima con uno, poi con entrambi i piedi, chiudendo la tendina alle mie spalle.
Avanzo lentamente nella penombra, senza nemmeno sapere dove sto mettendo i piedi, con le dita poggiate su ciascuna delle due pareti che mi costeggiano a poca distanza l’uno dall’altro.
In quel momento non mi sfiora nemmeno per un secondo il fisiologico timore di violare una proprietà privata, soverchiata com’è dalla volontà di farla finita con il debito, ed anche con una certa curiosità insorta nel frattempo di sapere dove vada a finire il tunnel.
Ho la sensazione di aver percorso qualcosa come dieci o dodici metri, e in ripida discesa, come su uno scivolo, nel momento in cui mi accorgo di aver perso di vista il sottile rettangolo di luce disegnato dalla tendina che ho lasciato alle mie spalle: una impercettibile curvatura in senso trasversale del corridoio mi ha portato dalla semi oscurità al buio più cieco senza che me ne accorgessi. Anche i rumori dell’esterno non avverto più.
Sono in totale isolamento.

La perdita di punti di riferimento visivi e le disavventure capitate fino a quel momento mi ridestano paure inconsce seppellite dagli anni, immagini fosche di un’irrazionalità perduta, e ricolorate ora con tale forza che a poco a poco si fa strada dentro di me la convinzione che mi stia dirigendo direttamente nel mondo degli Inferi, e che la mia destinazione sia ineluttabile, vista la gravità dei peccati di cui mi sono macchiato fin dall’infanzia.
Come un non-morto appena colpito dal morso del Vampiro, mi avvio dignitosamente verso il compimento del mio destino, finché le note di una canzone nostalgic pop-rock country melodico anni Settanta, che riconosco qualche secondo più tardi in “New kid in town“ degli Eagles, non mi tirano fuori dallo stato di trance deambulante nel quale ero caduto.
La musica sembra provenire dall’ignoto che è davanti a me, circostanza che invero mi rincuora, giudicando oltremodo improbabile che “New kid in town“ degli Eagles possa ascriversi all’albo delle canzoni sataniche registrate dalla storia del nostalgic pop-rock country melodico internazionale.

A passo sempre più rapido, e con rinnovata fiducia, proseguo il cammino in tale sicurezza che finisco per mettere giù le mani dalle pareti, e mi lascio guidare unicamente dal richiamo acustico.
E’ impressionante sperimentare le potenzialità dei nostri sensi quando, per disfunzione od ottundimento dei restanti, siano costretti ad adempiere per l’intero alle nostre necessità vitali.
Così non so spiegare se sia grazie al rimbalzo delle onde sonore prodotte dai miei passi, anziché per una questione elettromagnetica o di pressione atmosferica, che a un certo punto avverto che il vicolo si sta per chiudere.
Mi fermo, protendo le mani, e constato che davanti me c’è una porta.
Ne tasto accuratamente i bordi, e riscontro che non v’è il minimo spazio che la separi dagli stipiti.
Difatti, accostando l’orecchio a fianco della maniglia, non percepisco alcun aumento del volume della musica, che continua a giungermi sensibilmente attutita rispetto a quanto presumo sia forte nell’ambiente di provenienza, da che concludo debba trattarsi di una porta costruita da poco, e di buona fattura.

Decido dunque di bussare, dapprima piano, poi sempre più forte, ma nessuno mi apre.
Il punto cui sono giunto m’impedisce di tornare indietro, così nella speranza che la porta non sia chiusa a chiave decido di afferrare la maniglia e tirarla un poco verso di me per vedere cosa stia là dietro.
In un attimo vengo investito da un frastuono violento, Eagles a tutto volume e soprattutto un gran vocio, come di una marea di gente. Quando getto lo sguardo al di là della sottile feritoia che mi sono concesso, una delle più fantastiche visioni che mi siano mai capitate si apre davanti agli occhi ancora intorpiditi dal buio: un sala enorme, sterminata, grande forse due volte l’Ipercoop, attraversata da una folla di portata almeno pari a quella che percorre Corso Cavour nell’ultimo dei tre giorni di San Riccardo.
Resto spaventato, turbato, incantato, incuriosito, tutto nello stesso momento.
Non ho nemmeno il tempo di realizzare la situazione, che qualcuno mi spalanca la porta in faccia, facendomi quasi cadere all’indietro in un accecante fascio di luce artificiale.
E’ Pinuccio il barbiere.
Finalmente…” mi fa.
Ma dove cazzo siamo?!?” gli chiedo di rimando.
La mia è una domanda talmente stupida da non dare seguito a una risposta.
In compenso mi tende la mano, e m’invita a seguirlo.
Insieme facciamo un po’ di slalom in mezzo alla calca, e solo dopo aver raggiunto una piccola zona meno densamente popolata, che mi permette di avere una visuale più completa del tutto, capisco per quale motivo la mia domanda era sembrata così imbecille.
L’intera sala è divisa in due in senso longitudinale da un imponente tavolo da gioco, ai lati del quale uomini e donne di ogni età ed estrazione sociale si protendono morbosamente in avanti ora per tirare dadi, ora per puntare numeri alla roulette, ora per girare carte.
Non ho idea di quanto il tavolo possa essere lungo, giacché, avvolto nel fumo di sigari e canne, si spinge fino in profondità a perdita d’occhio.
Su ciascuna delle pareti laterali una incessante fila di slot machine rumorose e sgargianti si perde ugualmente nella nebbia.
Non ho più dubbi sul fatto di trovarmi all’interno della più colossale, grandiosa, fantascientifica bisca clandestina.

E’ una città-casinò!” mi corregge Pinuccio, leggendomi nel pensiero.
Credo che l’uso del termine “bisca”, seppure non espresso a voce alta, l’avesse offeso nel suo amor campanilista.
Tieniti tutta la Cinquanta…” gli dico ancora frastornato, “non sono riuscito a trovare il resto…”;
Questo è il colmo… hai mai visto uno che non riesce a cambiare dentro la Banca d’Italia? Vieni, vie’…”.
Mi prende per il braccio, e mi porta rapidamente verso una fila di gabbiotti, dove attraenti signorine con sorriso di serie stampato in faccia scambiano soldi con fiches, e viceversa.
Me la cambi con tutte dieci, cara?” domanda il nostro a una delle impiegate, mentre le passa da sotto il vetro il bigliettone da cinquanta;
Non giochi stamattina?”;
No… non mi gira… a proposito ti presento il novellino di turno”;
Piacere, Marzia…”;
Vieni, che ti faccio vedere…”, riprende lui dandomi il resto.

Nel secondo round dello slalom tra la folla mi capita di incrociare un sacco di persone che conosco, e che mai avrei immaginato potessero coltivare il vizio del gioco. In sequenza, mi passano davanti il mio professore di filosofia, mio zio, il mio medico condotto, la famigliola del piano di sopra al completo con l’ultimo arrivato nella carrozzella, tutti senza accorgersi della mia presenza, quasi alienati.

Dove mi porti?”, chiedo.
Adesso lo vedrai…”.
Il mio Virgilio, da frequentatore provetto di quella specie di bolgia luccicante nella quale mi sono ficcato, taglia la folla di anime dannate (o candidate a diventar tali) con una tale sicurezza e disinvoltura che penso bene di mettermi dietro di lui per sfruttare la sua scia, un po’ come fa il capitano di una squadra di ciclismo con il suo gregario, mentre il mio sguardo scorre, a guisa di macchina da presa mossa a carrello, su tutta la miseria umana che si prostra davanti al vizio, tavolo verde da un lato, macchine mangiasoldi dall’altro.
Tra queste ultime si frappongono di tanto in tanto delle porticine da cui qualcuno sbuca aggiustandosi le braghe.
Quanti gabinetti!…” faccio io, “ce n’è bisogno?
Guarda che non sono gabinetti”, risponde il Virgilio senza voltarsi.

Non faccio ancora a tempo ad afferrare il senso di quella frase sibillina, che giunti forse alla fascia centrale della sala, il tavolo verde s’interrompe per dare spazio a un’enorme pedana di forma quadrata sulla quale un centinaio di donne e di uomini, vestiti con tute di diverso colore ma ugualmente pacchiane, stanno facendo “spinning” di fronte a un istruttore capo che dà loro il tempo.
Dall’abbigliamento, dall’acconciatura di capelli e dal caratteristico naso all’insù sarei pronto a giurare che si tratti di romeni.
Oltre al casinò ci sta pure la zona fitness?”.
Alla mia domanda, Pinuccio si ferma di colpo e sbotta in una gran risata:
Zona fitness?…”, ripete.
“Perché, tu come la chiami?”;
Ti va bene ‘centrale energetica’?”;
Eh?!?”;
Ascolta. Come credi che giri l’economia emersa di Andria? Per forza propria? Hai visto mai?… Come fanno a nascere bar già arredati dove il giorno prima c’era un ferramenta? Per opera dello Spirito Santo? Te lo dico io con cosa: con le gambe dei romeni… Come fai a girare una giostra giocattolo? Soffiando? No, girando una manovella!… Non lo sapevi, adesso lo sai…”.

Resto senza fiato.
Il pensiero che Andria si regga su un drappello di ciclisti romeni in tuta da ginnastica mi scompagina l’apparato socio-cognitivo costruito con pazienza nel corso di una vita, per poco non anche quello muscolo-scheletrico.
Pinuccio ormai mi trascina come corpo morto che non cade.
Ci fermiamo davanti a una delle porte che pensavo dessero accesso ai gabinetti, e prima ch’io possa dare il minimo cenno di dissenso, si mette a bussare.
No, guarda, andare a puttane adesso è l’ultimo dei miei…”;
Sssssh…”, mi fa.
Ci apre una signora di mezza età, in elegante tailleur scuro, che sembra tutto fuorché una meretrice, il che mi rincuora.
Infatti mi pare di trovarmi in una specie di ufficio amministrativo, più che in un’alcova. Ci sono due scrivanie, delle piante finte, dei classificatori.
Dopo qualche istante di attesa, colei che sembra essere una specie di segretaria ci fa entrare in una stanza molto più grande, dove un signore calvo e tarchiato ci accoglie senza troppi convenevoli. “La stavamo aspettando”, esordisce.
Ci conosciamo?”;
Lei non mi conosce, ma io sì. E’ il mio lavoro…”;
…Di spiare i cittadini di Andria?”.
Mentre parlo, guardo la squadra di monitor sistemata sulla parete davanti alla scrivania, tutti che trasmettono immagini di strade centrali della città.
Il mio piglio aggressivo non lo scompone affatto; anzi, sembra alquanto divertito dalle mie uscite, a giudicare dall’odioso sorrisino che gli increspa le guance tumide.
Quello che lei reputa volgare spionaggio”, mi dice mentre ci serve due bicchierini pieni di grappa, “non è altro che un'operazione di sicurezza”;
E in tutto questo io che c’entro?”;
Adesso glielo mostro. Vedrà che non si pentirà di essere sceso fin qui… Nunziatina!”, chiama a gran voce.
Sì, dottore”;
Va’ a prendere il C3h724…”;
Subito, dottore!”;
Malgrado il timore che nella grappa risieda qualche buon milligrammo di veleno, e malgrado detesti la grappa, trangugio il bicchiere tutto d’un colpo, col solo scopo di dimostrare al mio interlocutore che ho le palle.
Nei minuti successivi non facciamo che fissarci in silenzio nelle palle (quelle degli occhi), studiandoci a fondo come due squadre catenacciare nella finale di Champion’s League, per sottofondo il fischiettìo del mio amico barbiere, intento a guardare nei monitor come fossero foto antiche in un negozio di fotocopiatrici.

All’arrivo della solerte Nunziatina finisco ancora una volta per trovarmi a pochi passi dal mancamento.
Sta trascinando a fatica per le ascelle un uomo privo di sensi. Pinuccio corre subito ad aiutarla, e non appena entrambi sistemano l’uomo in piedi, ancora cogli occhi chiusi, davanti a me, mi accorgo di trovarmi di fronte alla mia immagine riflessa su uno specchio: il soggetto ha la stessa mia statura, lo stesso mio naso, le stesse mie orecchie, la stessa mia bocca.
In una parola è uguale a me. Siamo come due gocce d’acqua.

Non pensava di avere un fratello gemello nascosto sotto le sue scarpe, eh?... Dica la verità”, mi fa il dottore.
Resta in cinica attesa della mia reazione per una manciata di secondi, col solito odioso sorriso, dopodiché fa alzare la maglietta che veste il mio clone e, servendosi di una chiavetta presa da un mazzo appeso alla cintura, gli apre letteralmente lo sterno, mostrandomi un complicatissimo intrico di fili e interruttori.
Qui dentro è tutto a posto”, dice, a seguito di una rapida ispezione.
Credevo che certe cose si vedessero solo nei film...”, mi lascio sfuggire con meraviglia, dimenticandomi per un attimo di avere le palle.
Le piace, eh? Pensi, che viene dalla Cina. Non dal Giappone, ma dalla Cina!”, ridacchia, “...vabbè che Cinesi e Giapponesi sono tutti uguali… dice che sono come il giorno e la notte, ma senza la macchina fotografica voglio vedere se li riesci a distinguere…”.
Comincio a elaborare una vaga idea di ciò che il lercio essere vuole propormi. Ma prima di mettere in pratica ogni contromisura, decido di lasciarlo parlare.
Fatto sedere il clone su una sedia, fa il giro della scrivania e si sistema comodo sulla poltrona, facendomi segno di sedere a mia volta di fronte a lui. Io resto in piedi dove sono.
Sa qual è la fregatura di questi robot? ...Che non invecchiano. Si usurano, si rompono, ma non cambiano connotati. Sarebbe bello che anche gli umani fossero così, non crede?”;
Sarebbe uno schifo!”;
Ride.
Il problema è", riprende, "che ogni due anni siamo costretti a ordinarne uno nuovo costruito ex novo dai nostri fornitori cinesi. Una seccatura. Capisce bene come mai l’ospedale Bonomo non funzioni poi tanto bene…”;
Politica di controllo demografico?”;
Beh… chiamiamola razionalizzazione della produzione. I vecchi sono molto più difficili da riprodurre. Tutte quelle rughe… e poi... diciamoci la verità, qua che ci stanno a fare? Molti hanno l’Alzheimer, non si ricordano nemmeno dove stanno di casa, figuriamoci le carte da gioco…”;
Quanto a me? Sono stato facile da riprodurre?”;
Abbastanza. Consideri però che il suo sosia ha solo altri 8 mesi di autonomia. Mi pare che al momento stiano già ultimando l’altro. Francamente non pensavamo che ci avrebbe messo tanto per scoprirci”;
Eh, sì…”;
Va be'...", taglia corto, "vediamo di finirla, adesso, perché ho una partita di baccarà in corso. Firmi qui e il gioco è fatto: per lei giochi d’azzardo e puttane a volontà, per lui la dura vita che le è appartenuta fino ad oggi”. Nell'annunciarmi la proposta, mi consegna foglio e penna.
Fingo di leggere il documento, ma nel frattempo ho già i muscoli in tensione.
Scelgo il momento, e con guizzo felino sono già fuori della stanza. Dopo essere saltato come uno scoiattolo sulla scrivania di Nunziatina, spalanco l’ingresso e mi riverso nella grande bisca, mentre mi giunge, affievolita ma chiara, la voce inferocita del dottore:
Guardie, prendetelo!”.
Capisco di avere poco tempo a disposizione. Mi metto a correre all’impazzata tra la folla, scaraventando a terra chiunque si frapponga sulla mia strada.
Con la coda dell’occhio mi accorgo che uomini in costume di vigili urbani da operetta spuntano fuori uno dopo l’altro dai postriboli laterali e si lanciano al mio inseguimento alzandosi i calzoni in corsa. Per un pelo riesco a sfuggire alla morsa di uno di questi, che mi si aggrappa addosso a peso morto.
In un disperato e intrepido tentativo di tenere tutti almeno a equa distanza, salto infine sul tavolo verde tra lo sconcerto di tutti, e ingaggio l’ultimo rettifilo raschiando il fondo dei polmoni.
In successione calpesto partite di roulette, baccarà e mazzetto (non mi sorprende che ad Andria non si conosca altro). Mi volto. Una decina di guardie ha imboccato la mia stessa carreggiata, altri m’incalzano sui fianchi. La gente ormai ha aperto voragini al loro passaggio.
Quando volgo lo sguardo in avanti sono già a pochi metri dalla fine del tavolo. Un vecchietto di circa ottant’anni in smoking mi aspetta al varco con le braccia aperte e un’aria da sbirro. Malgrado la mia riverenza per gli anziani, percepisco di avere accumulato troppa energia cinetica per frenare, tant’è che gli rovino addosso senza troppi compimenti. Mi rialzo. Lo guardo. Non si muove.
Ma non ho tempo per dispiacermi. Sento il loro fiato sul collo. Mi lancio nello sprint finale. Tutti sono addossati alle pareti per godersi lo spettacolo, io guardo solo l’uscita, e le gambe vanno da sole.
Giungo al traguardo. Tiro la maniglia, con un gesto plastico roteo sul mio asse e mi butto al di là della soglia. Uno degli inseguitori mi afferra la camicia. Io gli sbatto la porta sulla mano, rompendogli il metacarpo. Grida di dolore. Richiudo la porta, e m’imbarco in un’impari gara di spinta, nella quale resisto eroicamente alla pressione di decine di braccia finché non mi accorgo della presenza di un chiavistello, che non esito a tirare.
Esausto mi appoggio sul battente, e lascio scivolare la schiena fino a sedermi per terra. Resto così al buio soltanto il tempo di riprendere fiato, perché le urla e i colpi che provengono dall’altra parte non mi fanno stare tranquillo.
Ripercorro il tunnel al contrario in un’estenuante salita, inciampando diverse volte, e solo dopo un bel po’ di minuti scorgo la linea di luce della tendina.
Sono salvo. Recuperando la mia stazione eretta, torno finalmente nel mondo normale.
Quando scosto la tendina, la bottega è piena di gente. Il clone di Pinuccio sta radendo la barba a un cliente.
Con non chalance mi butto sull’unica poltrona rimasta libera, ma il robot si accorge della mia presenza:
Uhè!”, mi fa, “Tèu ste’ dò?!”. E.A.