- Andriacomix -



HOME



LA PAGINA DELL'APPROFONDIMENTO

Andriesi, turisti presbiti


I mostri della globalizzazione del turismo

Tempo fa ero in gita a Vasto, deliziosa località del Molise nota per l’estesa spiaggia, molto meno per le sue testimonianze storiche.
Il belvedere superiore della città, interrotto di tanto in tanto da cannocchiali che si affacciano su una insenatura da cartolina, a un certo punto si apre su uno spiazzo, al centro del quale campeggia una antica rovina ridotta all’osso, nient’altro che un portale circondato da un brandello di ciò che in origine doveva essere la facciata di una chiesa cristiana.
La lapide incastonata fra i mattoni rimanda all’età imperiale.

Seduto su una panchina, guardavo tre ragazzini che giocavano a pallone a ridosso del monumento. Altri, prima di loro, ritenendo che il portale non avesse una forma adattabile all’abbozzo di una plausibile porta da calcio, avevano pensato bene di rigare il muro a fianco del portale con uno spray di colore azzurro, disegnando due pali e una traversa di dimensioni un po’ più regolamentari.
Il ragazzino che faceva il portiere non prometteva di diventare un giorno come Dino Zoff: le gracili braccia opponevano solo una debole difesa contro i tiri a ripetizione che i due attaccanti sferravano a tutta forza contro il rudere.

Nello stesso momento, sull’altro versante, un gruppo di turisti stranieri muniti di zaino e cappellino ne sembravano alquanto rapiti, e commentavano e fantasticavano su quanto in origine potesse essere grande l’intero edificio, e assai probabile anche su quanto affascinante sarebbe stato rivivere quell’epoca, incontrare i personaggi, il Papa e l’Imperatore, e cose di questo genere.
Il rimbombo delle pallonate proveniente dall’altra parte del muro sembrava non turbarli affatto, e continuavano a osservare e commentare, come fossero abituati all’idea che gli eredi di ricche fortune, per le quali non hanno stillato una sola goccia di sudore, di solito non mostrano grande talento nel gestirle.

Anzi, spesso non sanno nemmeno di possederle. Tanto che un muro di duemila anni può prendere disinvoltamente le forme di una porta di calcio, una chiesa del Rinascimento ridursi a semplice parrocchia, un edificio normanno fungere da punto di riferimento per una strada o l’angolo scelto per un appuntamento.
Qui ad Andria siamo circondati da punti di riferimento toponomastici di una certa nobiltà. Le chiese danno i nomi ai quartieri. Si dice “Sant’Agostino” o “dietro al Monumento” o “Abbash a Sand’ Larjinz”, trascurando i titoli risorgimentali delle vie e dei corsi. Fin da piccoli siamo stati abituati a convivere con giganti della storia e dell’arte, e a riconoscere bene la loro superficie, senza però riuscire a vederli, esattamente come fa un cieco che cammina in tutta sicurezza dentro i suoi spazi domestici senza mai urtare contro il bracciolo di una sedia o lo stipite di una porta.
Molti andriesi sanno tutto di città come Arezzo, Agrigento, Cremona, ma non si sono mai sognati di inoltrarsi nel centro storico di Andria per paura di perdersi. Altri ancora, sedotti dalle nuove correnti misterofile, sono andati a far visita alle chiese templari della Scozia, ma non hanno mai messo piede nella cripta della Cattedrale di Andria.
Del resto è difficile che lo stesso Castel del Monte, diamante di un milione di carati che il mondo ci fissa a bocca aperta, riesca ad apparire anche solo per un attimo ai nostri occhi indigeni cosa diversa dal più banale luogo di destinazione per la gita domenicale.

Il recente svilupparsi del turismo di massa non è l’agente patogeno di questa presbiopia, che ha radici molto antiche e diversificate, ma ne costituisce un fattore aggravante.
I mostri della globalizzazione non sono solo la mozzarella austriaca, l’olio d’oliva spagnolo e l’uva tunisina; anche i miti di Macchu Picchu e della Piana di Giza possono assumere i contorni di un mostro postindustriale, quando sono accompagnati dall’idea che lo spessore della cultura debba risultare per forza direttamente proporzionale alla distanza fisica che ci separa da essa.
E nel quadrare il teorema omettiamo di considerare che perfino il mito anticonvenzionale del “viaggiatore” finisce per concorrere, assieme al più omologato e borghese turista Alpitour, ai Suv, ai petrolieri statunitensi, ai voli ”low” e ”high cost” alla morte lenta ma inesorabile del Pianeta, almeno fintantoché non si capirà che preferire le Laure Basiliane a Stonehenge non è sempre e di per sé espressione di provincialismo o vanagloria campanilistica, ma anche, a volte, di una sana economia di mezzi a parità di cultura, nella stessa misura in cui preferire abitualmente uova di gallina a uova di struzzo non è roba da gente rozza e ignorante, ma semmai di gente assennata.
Basterebbe che nel corso di una sola estate mettessimo da parte i soldi destinati alle sospirate vacanze esotiche per investirli in più utili scopi, e in compenso ci mettessimo a fare un tour turistico al di qua delle Porte, come turisti tedeschi ansiosi di ricalcare le orme di Federico II di Svevia.
Basterebbe questo semplice esercizio per recuperare un po’ di diottrie perse per strada. - E.A.