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LEGGENDE METROPOLITANE E STORIA

Quando ad Andria imperversava il Teatro delle Marionette


La storia dell'andriese che salvò il prode Orlando da morte certa

Forse non tutti sanno che il grande scrittore Stephen King tempo fa è stato ad Andria. Magari ci sarà solo passato, il tempo di prendere il caffè in un bar, o di farsi radere nella bottega di un anziano barbiere, uno di quelli che usano ancora la vecchia lama e rimpiangono gli allevamenti di sanguisughe.
Oppure si è fermato per un soggiorno vero, presumibilmente presso il glorioso Albergo dei Pini, oppure da un conoscente, o dal conoscente di un conoscente, in incognito, con baffi finti e occhiali da sole, o forse no, giacché ad Andria non è pensabile che siano in molti a conoscere la sua faccia. Quello che è certo è che ci è stato.
E di sicuro non dopo il 1987, perché questo è l’anno di uscita di Misery, e Misery non l’avrebbe potuto scrivere se non fosse prima passato da Andria.
Perché la storia di Misery è vera, ed è successa proprio qui da noi in tempi ormai lontani, talmente lontani che il Cinematografo doveva inchinarsi al passaggio del ben più quotato Teatro delle Marionette, la vera e propria Settima Arte dell’Anteguerra.
Negli ultimi tempi, quando già era in parabola discendente (si parla degli Anni 50), lo spettacolo dei pupi si svolgeva all’interno dell’edificio del Municipio, con accesso dalla prima porticina che s’affaccia su via S. Francesco, dove ora sono sistemati i generatori elettrici.
Prima d’allora diversi furono i locali adibiti al canto delle gesta di Orlando e Rinaldo, tra i quali si ricorda quello di via De Anellis. Ma non è certo che la nostra storia si sia svolta proprio lì anziché da un’altra parte.
Quel che è certo è che si parla di prima della Guerra (la seconda), e i pupi siciliani erano un’attrazione irresistibile per grandi e per piccini.

Il protagonista di questa storia era un omone grande e grosso con un cuore di piccino.
Si chiamava 'mba ‘Mbrùgghiele, forse perché dedito alla nobile arte della truffa, o forse – molto più probabile, visto il tipo - perché così gli era toccato.
Di mestiere faceva il tosatore di cavalli, e pare che fosse di carattere un po’ rude.
‘Mbrugghiele amava i pupi. In particolare era un supporter sfegatato di Orlando.
Orlando e Rinaldo erano un po’ come la Roma e la Lazio, nel senso che gli Orlandisti esercitavano una supremazia di numero schiacciante rispetto ai Rinaldisti, e nel senso che si mostravano spesso ostili gli uni con gli altri.
Tuttavia, in tempi di “polically not correct”, entrambe le fazioni non avevano problemi a dichiararsi apertamente uniti contro il comune nemico musulmano, che invero sul palco ne prendeva, ma gliene dava anche, giacché nell’alto Medioevo i caccia bombardieri non erano ancora stati inventati.
Sicché in ogni rappresentazione incombeva sul pubblico il fondato pericolo che alcuno dei prediletti paladini, a forza di “dagli e dagli”, prima o poi ci potesse lasciare la pelle (o meglio il legno pittato).

Per racimolare quanto più denaro possibile e inchiodare il pubblico sui seggiolini (oggi si direbbe “massimizzare i profitti fidelizzando il target”), gli artisti burattinai solevano distribuire le esibizioni in più serate, ricorrendo in sostanza allo stesso espediente studiato dai produttori televisivi per i cosiddetti “serial”.
E in effetti, in mancanza di una concorrenza adeguata (per “Beautiful” si sarebbe dovuto aspettare cinquant’anni circa), e in presenza della sete diffusa di assistere a storie “rappresentate”, e non solo “raccontate” per bocca degli anziani nel rituale raduno familiare attorno alla “frascèir”, la strategia di “spezzettare” la narrazione epica in più puntate e creare un clima d’attesa per lo spettacolo successivo premiò per diverso tempo i pupari siciliani, prima di dover battere in ritirata di fronte alla nascente stella della televisione.

Gli spettacoli venivano in genere preceduti da una serrata campagna promozionale con dei cartelloni piazzati nei diversi angoli della città, i quali anticipavano le fasi salienti della puntata a venire.

Nel corso di quella fatidica tournee, le nubi si addensarono sopra Andria allorché si venne a sapere che Orlando sarebbe caduto in un agguato ordito dai Saraceni, grazie all’aiuto di un collaborazionista cristiano (localmente detto “u tradtàur”).
Vabbè… che prima o poi Orlando finiva accoppato lo si sapeva, era nell’aria. Ma un conto è immaginarselo, un conto è trovarsi di fronte a un tetro manifesto funebre in anticipo di qualche giorno, che annunziava “La fine di Orlando”.

Per ‘mba Mbrugghiele, che sedeva tutte le volte in prima fila insieme coi bambini dai quattro ai nove anni, quella notizia cadde come una mannaia sul collo. Non poteva accettare.
Non poteva accettare la morte dell’eroe per il quale aveva sofferto, gioito, smaniato.
Doveva fare qualcosa, intervenire come un deus ex machina, mutare il corso inesorabile degli eventi, e salvare a tutti i costi la pelle al proprio beniamino, che così gli sarebbe stato grato per tutta la vita.
E doveva farlo prima che fosse troppo tardi, perché i burattini morti non resuscitano. Lo sanno tutti.

In un clima d’attesa spasmodica, il giorno della resa dei conti arrivò.
Nel cielo incombeva il più fosco crepuscolo che il più menagramo pittore romantico della seconda generazione potesse mai concepire.
Fra le strade c’era un silenzio che nemmeno la processione del Venerdì Santo.
Mbrugghiele entrò nella sala con fare disinvolto, e si andò a sistemare proprio davanti al palco, come al solito, una montagna di carne in mezzo ai bambini, una montagna che nessuno aveva il coraggio di disturbare, cui nessuno chiedeva di spostarsi perché ostruiva la visuale.
Nella mano destra stringeva forte uno strumento di lavoro in possesso di tutti i tosatori di cavalli come lui, il cosiddetto “torcimuso”, che serviva a tener buone le bestie, ma in qualche caso, evidentemente, poteva assumere impropriamente la funzione di corpo contundente.
Poche persone tra il pubblico avevano notato l’oggetto, ma fra quelle tutte avevano capito la ragione per la quale era stato portato in sala.
Lui intanto se ne stava immobile, lo sguardo fisso davanti a sé, e così restò per tutto il tempo dei preparativi, fra il vocio degli adulti nelle ultime file, e gli sghignazzi dei bambini tutt’attorno.
La sala si riempì in pochi minuti, a tal punto che i posti a sedere furono presto esauriti, e la gente che entrava fu costretta a occupare le corsie di scorrimento pur di godersi lo spettacolo.
Quando tutto fu pronto, il sipario si aprì.

Luccicanti armature e sagome di cavalli preannunziavano che non di turbamenti d’amore si sarebbe decantato quel giorno, ma di rudi battaglie corpo a corpo e di virili sacrifici. Come sulla passerella del Maurizio Costanzo Show cominciarono a sfilare i re e i paladini resi celebri dalle leggende provenzali e dalle contaminazioni del Rinascimento: Carlo Magno, Rodomonte, Ruggiero, Agramente, e l’infame, "u tradtàurGano di Maganza, artefice della morte di Orlando.
Mbrugghiele attese il momento giusto per colpire, ovverosia quello dell’agguato a Roncisvalle.
Come fu come non fu, Orlando restò solo in retroguardia. Dalla cima delle montagne in cartapesta fino agli estremi confini della pianura che si perdeva dietro le quinte, aleggiava un silenzio mortale, e per nulla rassicurante.
Per alcuni istanti nella sala si udivano solo i palpiti del cuore gigante di Mbrugghiele.
Fu allora che il grosso dell’esercito musulmano, nel numero di cinque guerrieri (si era in piena crisi demografica, ndr), irruppe sul palco saltando fuori da un cespuglio.
Ma prima ancora che questi avessero modo di pronunciare una sola sillaba del liturgico canto di morte che precede una carica, Mbrugghiele era già sul palco, e fra lo sconcerto di spettatori e pupari sferrò a tutta forza il “torcimuso” contro i cinque saraceni, facendoli cadere tutti come birilli, quindi al grido di “Nan mòur Orland’!” s’avvento sui nemici come un leone inferocito, e diede loro il colpo di grazia, staccandone la testa a uno a uno.
I bambini delle prime file, benché risultasse ormai chiaro che l’eroe franco fosse salvo, cominciarono a piangere a dirotto.
I loro genitori li presero in braccio e li portarono via, ma questo non bastò a placare la furia omicida del giustiziere dei Saraceni, che continuò a infierire crudelmente sui loro corpi ormai esanimi per svariati minuti, esclamando ossessivamente sempre la stessa frase: “Nan mòur Orlànd… Nan mòur Orlànd’!”.

Cosa accadde in seguito non è dato sapere. Difficile che Mbrugghiele avesse cambiato mestiere, o che fosse stato assunto dall’esercito del Duce come arma di distruzione di massa. D’altra parte è improbabile che i pupari gliel’avessero fatta pagare in qualche modo. Si limitarono a darsela a gambe, con ciò che rimaneva delle soldatesche saracene.
Ad Andria tutto tornò come prima, ma con una storia in più da raccontare ai nipotini attorno alla “frascèir”: quella dell’eroe andriese che cacciò da solo le orde musulmane fuori dalle mura.
E non fu Carlo Martello. - E.A.