Resoconto delle due giornate organizzate dai Grilli Andriesi.
Dal nostro inviato, nonché direttore, Egregio Amontillado.
Lo confessiamo. Non tutte le iniziative legislative proposte da Beppe Grillo ci trovano d’accordo.
Sono anzi abbastanza opinabili, in special modo quella sul doppio mandato.
Tuttavia nella vita vi sono circostanze in cui è fatto obbligo di scegliere se stare di qua o di là. Naso turato o meno. Con loro o contro di loro. Col popolo o la nomenclatura.
Noi stiamo col popolo, ci mancherebbe.
E’ per questo che siamo andati a donare la nostra firma.
Certo, la firma non è come il saluto. Talvolta ha un suo costo. E comunque pesa di più.
Lo sosteneva proprio il Beppe Nazionale, in uno spot progresso di qualche anno fa, quando metteva sull’attenti la gente dalla firma facile.
“La firma non è la firmètta!” recitava lo spot (“firmètta” è la tipica espressione brianzola entrata nel gergo di rappresentanti e venditori di fumo vari diretta strategicamente a sminuire l’importanza di una dichiarazione di volontà in forma scritta, n.d.r.).
Ora, si sa che nel promuovere iniziative popolari non si sta troppo a badare alla differenza tra firme e firmètte.
La nostra - che fosse firma o firmetta poco importa - andiamo a depositarla sabato 8 Settembre, il primo dei due Vaffanculo Day.
Scegliamo apposta un orario poco trafficato per non dover fare la coda, ed anzi c’è tutto il tempo, prima della conclusione formale, di intrattenerci con qualcuno degli entusiasti attivisti e delle entusiaste attiviste che popolano la tenda davanti alla Vaccina, muniti di magliette, computer e televisore, maxischermo in allestimento.
Si discute amabilmente di inceneritori, lavoro precario, parcheggio sotto il Municipio.
Dietro di noi, a una distanza a dir poco imbarazzante, un uomo anziano dall’aspetto un po’ rustico se ne sta ritto sul sellino della bici e segue immobile con lo sguardo fisso l’improvvisato dibattito socio-ambientalista al quale sto partecipando.
Col passare dei minuti si forma una cerchia di sei persone, tra volontari e passanti, che a poco a poco finisce per inglobare spontaneamente entro il proprio perimetro anche il ciclista, malgrado non si sia degnato di spiaccicare, fino a questo momento, una sola parola, non foss’altro che lo straccio d’un mezzo parere o l’abbozzo d’un frammento d’opinione.
Siccome abbiamo anche altro da fare, nel pieno della discussione sulla ratio delle leggi per il parlamento, decidiamo di tagliare corto:
“Beh, allora mi fate firmare?”.
“Sì, certo!” mi risponde uno degli entusiasti.
Esibiamo dunque la carta d’identità, e ci apprestiamo ad apporre la firma sul registro, penna in pugno, quando una robusta mano da uomo tarchiato ci afferra energicamente il polso.
“Stàt sòut!”, ci intima (trad. “sta’ fermo!”).
Ci voltiamo.
E’ l’uomo con la bici.
“Che cazz…”, farfugliamo.
“Uannà, stàt sòut, cà dò t’ stann a frchè!” (trad. “ragazzo, sta’ fermo, poiché qui stanno mettendo in opera un disegno finalizzato a circuirti”).
Risata generale.
“E perché?” chiedo.
“Neehhhh…. angòur l’adà capòuh… bast cà teuh mìtt ‘na fìrm… t’ mitt ‘mmezz a l’ uè! Sìnd a mà…” (trad. “Perbacco, sono portato mio malgrado a dedurre che tu non brilli per acume… se t’azzardassi ad apporre una firma su qualsivoglia documento finiresti per trovarti in un mare di guai! Prestami ascolto…”).
Restiamo per qualche attimo interdetti.
L’ilarità fra gli astanti cede il posto a un silenzio di gelo in perfetto stile Sergio Leone.
Quello tiene ancora la mano serrata attorno al nostro polso.
“Ehhhhh… sentiiii…”, mormoriamo all’attivista davanti a noi, “…magari ripasso domani… pensandoci bene non sono del tutto convinto riguardo a questa iniziativa…”.
“Noooooo… e perché???”, fa lui.
“Non lo so… mi sta venendo qualche dubbio… voi state pure domani, no?”.
“Sì, ci stiamo…”.
“Vabbè, allora eventualmente… ripasso…”.
Lasciamo tutti i grilliani a bocca aperta. L’uomo sulla bici per intanto ha già allentato la morsa, e ci lascia andare con un sorriso da duro alla James Coburn.
Con gesti molto lenti, ci voltiamo sui tacchi e ci incamminiamo nuovamente per Corso Cavour, a capo chino.
Siamo invasi da un forte sentimento di vergogna e disistima verso noi stessi, tuttavia una parte di noi si sente come sollevata da un peso.
A una trentina di metri di distanza, ci giriamo nuovamente a guardare la tenda. Gli attivisti continuano a seguirci con lo sguardo, tutti fermi e imbambolati come birilli. Con la mano accenniamo a un saluto. Non ci risponde nessuno. Torniamo mestamente sui nostri passi.
Alla fine: una firmetta in meno. Niente di grave. – E.A.
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