Il resoconto dell'incontro ravvicinato vissuto dal nostro direttore
Ci sono esperienze nella vita che lasciano ricordi indelebili.
E talvolta si verificano fatti apparentemente inspiegabili, che sfuggono al controllo della ragione, e pure lasciano il segno nel mondo sensibile, che lo vogliamo o no.
Il fatto che mi accingo a raccontarvi fa parte di quelle esperienze.
Pare che ognuno di noi ne viva almeno una durante l'arco della propria vita. Ma difficilmente siamo disposti a raccontarne, in parte per il timore di essere derisi, in parte perché il solo atto di riportarla alla luce attraverso le parole ci procura sofferenza, e un inevitabile meccanismo psicologico di sopravvivenza provvede col tempo alla sua completa rimozione.
22 Marzo 2006. Siamo a fine inverno. La primavera è formalmente entrata in vigore, ma il tempo ha inanellato una serie interminabile di giornate fredde e piovose, con una umidità quasi equatoriale.
Tuttavia fa freddo, lo ripeto, ed è poco credibile che di questi tempi si faccia vivo un alieno, perché gli alieni prediligono il caldo. Caldo umido, ma sempre caldo.
Ho la fobia degli insetti, in particolare di quelli di una certa dimensione.
E' insolito che un uomo con più di trent’anni - eterosessuale - abbia la fobia degli insetti. Eppure è così.
Colpa delle mie origini urbane, e forse anche di mia madre.
Mia madre ha la fobia degli insetti, delle cavallette in particolare.
Nell'archivio dei miei ricordi d'infanzia non c'è nessun orco cattivo, nessun fantasma Formaggino, ma il racconto di un'estate di fine anni Cinquanta, quando Andria fu invasa dalle cavallette.
Ogni angolo della città pullulava di cavallette, tanto da poterne involontariamente schiacciare una ventina passeggiando per cento o centocinquanta metri. I ragazzini (maschietti, futuri eterosessuali) si divertivano un mondo a raccoglierle per la strada e ad infilarle dentro i sacchi per la spesa. Cosa ci facessero poi con quei sacchi non risulta dalle cronache.
Per volere della matematica, era inevitabile che uno dei miliardi di invasori scesi per disgrazia dal cielo andasse a capitare sulla spalla di mia madre, che all'epoca aveva su per giù dieci anni.
Si sottovalutano le devastanti conseguenze psicologiche dell'atterraggio di una cavalletta sulla spalla di una bambina di dieci anni, nata e cresciuta in città, rimasta chissà come sola in casa in uno sciagurato pomeriggio di luglio.
Ma a me è andata meglio. Mi son sempre guardato bene dal farmi avvicinare da una cavalletta a meno d'un raggio di due o tre metri.
I miei sono stati tutti incontri del primo tipo. Si contano sulle dita di due mani e scandiscono l'intero arco della mia vita. E' successo quasi sempre in vacanza: la prima volta a Montecatini coi miei, poi a Vasto, a Sibari…
Di ogni avvistamento ricordo ogni più piccolo particolare, come in una fotografia, o meglio, come una sequenza filmata, una scena da film horror girata in soggettiva.
Nei giorni successivi cadevo invariabilmente in uno stato nevrotico da iperattività sensoriale, tale che qualunque fruscio, scricchiolio, o stimolo tattile del quale non riuscissi a percepire con immediatezza la fonte mi procurava brividi e tachicardia.
L'effetto spariva gradualmente nel giro di qualche giorno. Ma tra un avvistamento e l'altro il terrore che un mostro di sei o sette centimetri di statura mi saltasse addosso per aggredirmi si manifestava con fantasticherie e discorsi ipotetici, ridotti a formula, con tanto di variabile, nella seguente domanda:
"Mangeresti una cavalletta per tot. lire?".
Ebbene, mi sorprendeva e mi irritava sapere che la quasi totalità degli interpellati non solo era disposta a mangiare cavallette per denaro, ma che l'avrebbe fatto anche per molto poco.
In altre parole mi toccava di vivere in un mondo di sporcaccioni sprovvisti di un benché minimo buon gusto. L'unica persona con la quale mi trovavo in sintonia, e che mai si sarebbe permessa di ironizzare sulla mia debolezza - se non altro perché ne era afflitta allo stesso modo - era mia madre, la quale per altro nelle occasioni cruciali sembrava avere più coraggio di me.
Per anni ho prefigurato la mia "prima volta".
La prima volta che sarei stato assalito da una cavalletta.
E' difficile che un individuo raggiunga un'età ragguardevole senza mai essere stato pizzicato da una cavalletta. E' una questione di calcolo delle probabilità. Se volevo lasciare questa terra intonso, dovevo sperare che la morte mi pigliasse presto. Prima che la fortuna si stancasse di proteggermi.
E infatti, per ben tre estati consecutive, dal 2003 al 2005, Andria fu vittima, insieme ad altri comuni limitrofi, di una poderosa invasione di cavallette. Lo sanno tutti.
Io c'ero, naturalmente. Ma la fortuna pensò bene di concedermi un'altra chance, facendo in modo che il fenomeno fosse circoscritto alle sole campagne, e che i danni conseguenti all'attacco fossero quantificati in termini di perdite del raccolto anziché di ricoveri in ospedale per infarti e svenimenti.
Per diversi giorni, a dire il vero, si era paventata l'invasione dei centri abitati. Ma come un esercito barbarico rispettoso degli estremi bastioni della civiltà, lo schifoso sciame di ammiraglie non osò mai oltrepassare le porte della città, preferendo semmai assalire casolari e scuole fuori mano.
Io abito in centro, grazie al cielo.
Ma i disertori sono in qualunque esercito, perfino il più disciplinato. Le locuste sono animali che agiscono per imitazione, si sa, tuttavia non era pensabile che fra miliardi di esemplari non vi fosse chi preferisse alle gozzoviglie di campagna una più coinvolgente avventura in città.
Nel corso del suddetto triennio, infatti, sui marciapiedi non era affatto raro trovare i segni del loro passaggio, ali spezzate dal colore grigio scuro e dal tipico disegno alla "Principe di Galles", con striature a quadroni.
Nei pomeriggi più caldi si udiva anche echeggiare il loro orribile verso.
Inutile dire che in quei periodi, obblighi permettendo, restavo praticamente recluso. Non potevo fare altro che restare incollato a televisore e radio in attesa di notizie sugli sviluppi dell'avanzata nemica. Al notiziario di Telesveva scorrevano i servizi filmati dalle campagne: ai bordi delle strade sterrate nuvole nere si sollevavano come polvere smossa al passaggio delle auto, giornalisti che intervistavano agricoltori incazzati, entrambi addobbati come alberi di Natale...
Quando lo stato di emergenza ebbe fine (almeno così si disse), tornai a respirare.
A Settembre del 2005 gli esperti assicurarono che a partire dall'estate successiva la situazione si sarebbe normalizzata. In generale.
Alle volte gli avvenimenti si combinano in modo apparentemente perfetto, come un meccanismo ad orologeria, come se la nostra vita fosse l'esecuzione di una sceneggiatura già scritta, anziché la risultante di milioni e milioni di variabili fisiche, psichiche, sociali, interagenti quotidianamente secondo logiche imprevedibili.
Così accade che il 22 Marzo del 2006 vado a far visita a mio fratello, da alcuni giorni ammalato. Lo saluto, gli auguro una pronta ripresa, e me ne vado. Dopo aver percorso due o trecento metri mi richiama al cellulare, chiedendomi se per caso non gli possa fare la cortesia di comprargli le medicine di cui ha bisogno. Gliele compro, entro nell'ascensore, mi giro verso lo specchio per rivolgermi le boccacce di rito, e vedo una cavalletta sulla mia spalla.
Non è un'allucinazione. E' proprio una cavalletta sulla mia spalla. E' scura, quasi nera.
Non mi sono mai chiesto se mi facessero più schifo quelle scure o quelle verdi.
In quel momento mi fanno più schifo quelle scure.
Dovrei chiedermi da dove sia spuntata fuori, peggio di un fungo, in una giornata piovosa d'inverno protratto, e se era lì ad aspettarmi nell'ascensore, o se me la portavo dietro come il pappagallo di John Silver da chissà quanto tempo, o se magari era previsto nella sceneggiatura del mio film che a quel punto il Supremo Regista si sprecasse in una sovrapposizione degna di Georges Méliès.
Dovrei chiedermi se davvero avrei raggiunto l'obiettivo di morire senza mai aver toccato una cavalletta, nel caso in cui mio fratello non si fosse ammalato, e quel giorno non fossi andato a trovarlo, e non mi avesse richiamato dopo due minuti che ero sceso da casa sua per chiedermi di comprargli quelle cazzo di medicine.
Ma in una situazione del genere non mi curo troppo delle origini delle cose, né delle dinamiche degli eventi, perché la funzionalità del pensiero cede il posto alla forza della disperazione.
Infatti non è molto razionale reagire alla visione di una cavalletta che si posa sulla tua spalla rannicchiandoti e abbassando la testa fino all'altezza della pancia. E' innaturale che un individuo impieghi una seppur minima risorsa muscolare per compiere movimenti sostanzialmente privi di utilità.
Del resto, perché una cavalletta dovrebbe essere indotta ad allontanarsi anzitempo dal suo avventizio sgabello per il solo fatto che quest'ultimo perda l'originaria posizione eretta?
Non c'è un perché. Eppure mi rannicchio.
E tendo la testa verso la spalla opposta, cercando di allontanarla il più possibile dalla orripilante creatura, e preoccupandomi nello stesso tempo di limitare l'esposizione dello spazio compreso tra il colletto della camicia e il collo. Si sa che il collo è una zona del corpo particolarmente sensibile agli stimoli tattili, e proteggerla, questo sì che è razionale.
Proprio in considerazione della mia fobia, al contrario, non è molto razionale premere il pulsante del terzo piano, dov'è l'appartamento di mio fratello, e prepararsi a trascorrere i 45 secondi più spaventosi della propria vita. Sarebbe preferibile aprire il portello e uscir fuori.
Io invece scelgo di salire. E l'ascensore parte.
E resto immobile. Rannicchiato e gemente. Non più padrone dei miei atti, e della mia dignità di uomo. Dalla gola erompe un lamento in falsetto dal suono scomposto e privo di ogni significato. La tipica invocazione di meraviglia e al contempo di sofferenza incorporata nella formula verbale "Madòn" viene da me storpiata in un indistinto e miagolante "nndhhhhhh…..". Difatti mi guardo bene dall'aprir bocca. Dentro di me ho ancora vivo il ricordo di una storia vera letta intorno alla prima metà degli anni Ottanta all'interno della rubrica "Giorno per giorno" di Telesette, in cui era descritta la morte di uno zoologo del Settecento che aveva tentato di sperimentare un veleno per cavallette con lo scopo di difendere i raccolti. Alcune cavie ribelli gli entrarono in bocca e lo soffocarono.
Che schifo!
Dappertutto, diamine, ma in bocca no!
Sarei stato capace anche di attraversare la Foresta Pluviale, purché sistemato all'interno di uno scafandro in linea con tutte le norme comunitarie di sicurezza - sarebbe stato divertente, anzi - ma finché restava un solo centimetro quadrato della mia pelle esposto al pericolo di contatto con un alieno, rischiavo seriamente la vita.
Esiste un'ampia letteratura in merito all'attività del pensiero umano negli istanti precedenti a un pericolo materiale, certo e immediato, che determini la convinzione assoluta di morire. Si dice che l'intera vita vissuta scorra sotto gli occhi a una velocità inconcepibile, sì da farne una specie di sommario bilancio consuntivo, e che nessun avvenimento passato, ma proprio nessuno, venga tralasciato nel corso di cotale fulminea scansione spontanea della memoria.
Beh, sono balle. Non credeteci. Non può esistere altra situazione che determini la più piena consapevolezza del presente se non il pericolo materiale certo e immediato di morire. E' impossibile pensare ad altro che al fardello che ti porti sulla spalla. E sinceramente non può fregarti di meno (con tutto il rispetto per il rispettivo peso specifico generazionale) né della tua prima comunione, né del tuo primo bacio, né del tuo diploma di maturità, né di dov'eri e cosa facevi nella notte tra il 15 e il 16 ottobre del 1987.
Si può solo dire che versando in una situazione di pericolo estremo l'uomo finisca per riscoprire l'assoluto, sebbene in un'ottica piuttosto superficiale e meschina.
Il cristiano non praticante diventa di colpo praticante, il bambino discolo si vota alla virtù, l'ateo più inattaccabile scorge un lembo della tonaca di Dio, e non esita ad aggrapparvisi a peso morto.
Quanto a me mi guardo bene dall'afferrarlo, perché le conversioni per bisogno sono le più inutili. Si è portati a credere in un essere della cui esistenza si continua a dubitare, e ciò soltanto per restituirgli un debito. Fossi in Dio non sarei contento di un tal genere di figliolanze. Fossi un prete dispenserei il fedele dell'ultim'ora dall'assolvimento degli obblighi da sé assunti, se non altro per un manifesto vizio della volontà di contrarre.
In quei quarantacinque secondi di terrore torno anch'io a credere nel Padre Onnipotente. O quanto meno in qualcuno che stesse assistendo alla scena. La percezione di trovarsi da soli in ascensore con una cavalletta sulla spalla è troppo raccapricciante perché il cervello l'accetti come fatto reale.
Vi sono realtà talmente mostruose e dolenti che pur passando indenni il vaglio del nostro raziocinio faranno sempre fatica a ricevere il sigillo della coscienza.
Così è per la morte di un nostro caro. Chi per disgrazia non riesce a credere nell'aldilà è costretto a concludere per semplice induzione che la perdita del caro debba essere definitiva, senza appello, e che non vi sarà altra maniera di ricostituire il rapporto reciso se non con l'esercizio reiterato dei ricordi, e lo strascico di rimpianti che portano dietro.
Ma una indefinita forza emotiva di segno opposto, della quale non distinguiamo la forma né la giustificazione logica, prende corpo nella pancia e sale su fino al cervello per sedare il nostro strazio, e riferirci che c'è un posto da qualche parte dove il trapassato continua a vivere e ci aspetta.
Non si tratta di una rivelazione mistica, ma di una specie di meccanismo di autodifesa del nostro organismo che trova in sé le risorse per reagire a un lutto. Esso adempie per l'umore la stessa funzione cui assolvono le piastrine per la pelle dopo una ferita da taglio, salvandoci dalla inevitabile pazzia che ne seguirebbe.
In tali circostanze, che si tratti della morte di un parente o di una cavalletta che si posa sulla tua spalla, è necessario tenere duro affinché si eviti di supplicare: è molto facile abiurare una fede durata appena quarantacinque secondi; molto più difficile è tradire la fiducia di un Onnipotente dinanzi al quale ti sei prostrato.
Tornando alla mia disavventura, il lamento a denti stretti al quale mi abbandono in ascensore ("nddddhhhhh…") ben può classificarsi, in base al timbro, come una vera e propria supplica, il che basterebbe da solo a condannarmi per il resto dei giorni a una triste vita monacale.
Tuttavia la scarsa lucidità rimasta in zucca mi permette di adottare, in assenza di parole di senso compiuto, l'escamotage puramente formale (e se vogliamo abbastanza scorretto) d'intendere la stessa supplica rivolta non a Dio, bensì al mio stesso aguzzino, al quale chiedo in ginocchio (perché in effetti sono in ginocchio) di restare immobile lì dov'è, e di non farsi mai passare l'idea balzana di saltarmi nell'orecchio o dentro il colletto della camicia.
E' probabile tuttavia che il mio annichilimento, lungi dall'impietosirlo, finisca per offenderlo. Non è roba da tutti i giorni che un qualsiasi essere vivente di questa Terra si veda riverire in modo così teatrale da un individuo dotato d'una massa corporea e cerebrale ben superiore alla sua. Si può pensare a un comportamento affettato.
Soprattutto possono entrare in gioco strumentalizzazioni legate al discorso del razzismo degli umani.
E' per questo che nel mio personalissimo linguaggio binario da due consonati mi affanno a spiegargli che la mia repulsione non è dovuta al fatto che ritenga quella degli umani una razza eletta, né che ce l'abbia con la categoria animale degli insetti, e delle cavallette in particolare.
Solo che, con tutto il rispetto, mi fanno troppo schifo. Con questo non voglio dire che desidero la loro morte, per carità…. è solo che dovrebbero stare a casa loro, cioè in Africa.
Tali considerazioni mi tengono impegnata la mente quanto basta per non proiettare i quarantacinque secondi necessari per l'ascesa al 3° piano verso l'eternità cosmica.
L'ascensore arriva infatti a destinazione. La salvezza è a pochi metri, ma ancora tanti gli imprevisti. Apro il portello, mi scaravento fuori tra le scale, cercando di fare più in fretta possibile, ma senza provocare scossoni tali da turbare il letargo del mio ospite.
A grandi falcate arrivo alla porta. E' chiusa. Non capisco per quale motivo. Se ho suonato il citofono da giù, perché non la trovo aperta?
Non m'importa indagare sull'enigma. Più che altro mi appendo al campanello.
I secondi passano, e continuo a piagnucolare come un bambino. L'eco del mio lamento risuona in tutto lo stabile. Dovrei preoccuparmi che qualcuno non si accorga che un esemplare di maschio eterosessuale di circa trent'anni in determinate circostanze possa perdere in un sol colpo postura eretta e dignità di uomo mettendosi a piagnucolare come un bambino in una posa da torcicollo fulminante.
Ma al momento ho altre priorità.
Non mi curo di ipotizzare che la cavalletta si sia spostata. Perché dovrebbe averlo fatto?
E soprattutto, perché nessuno apre quella dannata porta?
'Fanculo le porte chiuse!
Prima che la lagna si trasformi in un fiume di bastemmie, mio fratello mi appare davanti in un alone salvifico, spalancando la porta.
Per un attimo temo che lo spostamento d'aria induca l'alieno a dirigersi sulla mia faccia.
"Che c'è?!", fa il mio consanguineo, visibilmente allarmato. Ha un maledetto telefono cordless in mano.
"Nddddhhhhh….", gli rispondo.
"Che c'è? Non ti senti bene?", incalza.
Per non tirarla troppo per le lunghe, sono costretto a fare quello che non avrei voluto fare: aprire la bocca.
"Cavalletta…", farfuglio.
"Ehhheehh?!", fa lui.
"Ho una cavalletta sulla spalla!", scandisco io.
Da cui la sospirata manata sul mio giaccone. L'alieno si alza in volo, e costringe mio fratello a ritrarsi di scatto. Un secondo fendente smanacciato a debita distanza lo costringe a una provvidenziale ritirata.
Io nel frattempo sono già dentro l'appartamento, sgusciato tra le gambe del mio salvatore.
E' finita. La porta si chiude con l'alieno fuori, ed io sono libero.
Libero di recuperare la mia stazione eretta. Libero da sconvenienti patti religiosi contratti in stato di necessità. Libero di essere uomo.
Ma non libero dalle convulsioni, che, scampato il pericolo, vanno avanti per una decina di minuti abbondanti, nonostante la paternale di mio fratello sul tirare fuori i coglioni si sia protratta per un tempo altrettanto considerevole.
Mentre lui parla, senza volerlo, faccio mente locale alla ricerca di eventuali trasgressioni della mia condotta morale nei giorni addietro.
Uno dei più caratteristici effetti a lunga gittata di un'educazione compiutamente cristiana consiste nell'interpretare gran parte degli avvenimenti che cadono entro la propria sfera in una chiave esclusivamente morale, sicché ogni sciagura non può trovare altra ragion d'essere se non in precedenti misfatti.
E non basta diventar laici per liberarsene. Il tutto verrà trasposto nell'ottica di una morale laica.
Ma poiché ripetuti esami di coscienza continuano a darmi esiti negativi, posso concludere a cuor leggero che la vicenda dell'incontro ravvicinato non abbia a conti fatti alcun senso.
Avrebbe potuto farmi diventare uomo, come una specie di iniziazione, e invece gli insetti continuano a terrorizzarmi esattamente come prima, né più, né meno.
Quanto al resto della vita, non è cambiato niente.
Magari gli incontri con alieni fossero come gli orecchioni, di modo che potessi star sicuro, una volta avuti, di non averne più; ma il calcolo delle probabilità, come i numeri, non ha memoria, e ad ogni estate non avrò meno probabilità che l'inverno 2006 di vedermi saltare una cavalletta addosso.
Ho pensato parecchio a un finale che potesse dare dignità letteraria a questo racconto.
Niente. Non mi viene niente da dire. Come tutte le sciagure umane non ha alcun senso. – E.A.
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